CHIRURGHI ITALIANI A LEZIONE DAI PILOTI

Medici italiani a lezione dai piloti dell’aeronautica americana. Per imparare a non sbagliare. Perché anche in sala operatoria come un tempo nella cabina di pilotaggio il 70% degli errori non sono di tipo tecnico ma hanno a che fare con fattori umani come stress e cattiva comunicazione. E su questo fronte chi lavora ad alta quota è molto più avanti, come già aveva sperimentato a Londra negli Anni ‘90 il cardiochirurgo Marc de Leval. Tolto il camice bianco, ecco un’ottantina di chirurghi provenienti da tutta Italia prendere appunti alla full immersion sulla sicurezza organizzata dall’Istituto Europeo di Oncologia di Milano.
Occhi e orecchie sono rivolte a Patrick Browne, ex pilota della Continental Airlines e della South Africa air force, oggi vicepresidente di una società di formazione americana, la Global Safety management, nata nel 2004 da una costola della Indelta, proprio per trasferire alla medicina le procedure di sicurezza e di lavoro in team di cui si è dotata negli anni l’aviazione.

 

Un patrimonio messo nero su bianco nel Crew Resource Management (Crm), messo a punto dopo il disastro di Tenerife che nel 1977 vide scontrarsi frontalmente due Boeing sulla pista di decollo. «Morirono 583 persone per l’errore di un pilota: la strage poteva essere evitata se solo avesse ascoltato quanto gli stava riferendo il suo vice (la torre di controllo non autorizzava il decollo)» rievoca Browne. 
«Una lezione per tutti noi - continua -, un punto di non ritorno che portò una rivoluzione nel settore: a cominciare dalla fine del comandante supremo e insindacabile. Oggi si valorizza il lavoro di squadra, tutti i membri del team sono coinvolti a ogni livello per combattere la cultura dell’individualismo e della colpa». Un cambiamento epocale: come dire, dalla monarchia alla democrazia. Tutti infatti possono e devono contribuire a individuare imprecisioni e piccole mancanze che concatenate possono portare all’errore. «Incentiviamo la cosiddetta comunicazione in salita: l’infermiera non deve aver paura di segnalare al grande chirurgo qualcosa che non va, e lui non si deve risentire per l’osservazione» auspica l’ex pilota americano. Due gli strumenti che questi esperti di aviazione intendono passare alla medicina: le riunioni di inizio e fine viaggio dove la gerarchia viene messa da parte la check list, l’elenco - da spuntare - delle procedure da effettuare prima di partire. «In aereo non si fa nulla prima del briefing a cui partecipa anche il personale delle pulizie: sulla sicurezza anche chi fa un lavoro umile è fondamentale. Nella riunione di fine corsa di solito è il capitano a parlare per primo: fa un bilancio parlando in prima persona e indicando dove potrebbe migliorare» racconta Browne. Quanto alla check-list, «in aeronautica, sui Boieing 727, è composta da 246 punti». In sala operatoria invece ne bastano 10-15 ma scritte in grande su un pannello di 70 centimetri per 1 metro. «A ogni voce corrisponde un rosso quando si entra, che deve diventare verde prima di cominciare a “tagliare” il paziente» raccomanda. «Per passare dal rosso al verde occorrono le verifiche di due persone. Le fasi da spuntare variano da ospedale a ospedale, ogni team deve definire le proprie» precisa. Le check list da tre mesi sono già in via di sperimentazione in alcune sale operatorie dell’Ieo, spiega il direttore sanitario Leonardo la Pietra. E’ troppo presto per fare ei bilanci, ma il fatto che la giornata di addestramento all’Ieo sia sponsorizzata da una società di broker assicurativi la dice lunga. Anche qui inseguiamo gli States: «A New York le assicurazioni offrono un premio assicurativo del 5% ai medici che partecipano ai nostri corsi» racconta Browne.

 

(www.corriere.it)

 

 

Articolo scritto da Carlo Dedoni il 7 Giu 2007 alle 12:53 pm.
Categorie: Eventi e Manifestazioni


close Reblog this comment
blog comments powered by Disqus