UN AEROPORTO OLIMPICO (E NON SOLO PER I GIOCHI)

ChangiPer gli stranieri che qui stanno arrivando sempre più numerosi in queste ore, è la “porta del cielo”, il primo accesso alla capitale cinese, il sontuoso biglietto da visita con cui si presenta al mondo la Pechino olimpica. Visto dall’alto sembra un dragone rosso con le zampe affondate in terra e le ali dispiegate. E l’edificio del parking sembra una tartaruga gigante. Bisogna essere in volo per vederlo tutto: il tetto è lungo 3,5 chilometri, copre una superficie di un milione di metri quadri. E’ il nuovo terminal di Pechino, l’aeroporto più grande del mondo.
La più colossale opera pubblica realizzata in vista delle Olimpiadi supera l’ampiezza dei cinque terminali di Londra-Heathrow messi assieme. L’anno scorso il vecchio scalo intercontinentale di Pechino ha accolto 54 milioni di passeggeri; nel 2008 col nuovo terminal balzerà a 65 milioni. Dopo un paio d’anni punta a riceverne 75 milioni e poi sempre di più: la capacità a regime è 85 milioni.

L’opera titanica disegnata dall’architetto inglese Sir Norman Foster non è solo l’ultima meraviglia voluta dal regime per lanciare Pechino come la megalopoli cosmopolita del XXI secolo. Per le sue dimensioni è molto più di un aeroporto: è un’altra città sorta alla periferia della capitale. “Un Paese delle Meraviglie costruito per l’arrivo delle navi volanti”, è il titolo lirico con cui lo presentò il giornale del governo, China Daily, all’inaugurazione di fine febbraio. Al suo interno contiene 90 tra supermercati, negozi e boutiques di lusso, 64 ristoranti cinesi e occidentali, tutti i marchi globali del fast-food come Starbucks, McDonald’s, Haagen-Dazs e Kentucky Fried Chicken. Alle vetrine luccicanti da shopping mall fanno da contrappunto angoli di meditazione e riposo, un giardino con laghetto e ponticello nell’antico stile orientale, pagoda e lanterne rosse. Ci si può perdere facilmente. Ci si potrebbe vivere senza mai uscirne come Tom Hanks nel profetico film “Terminal”. 175 scale mobili, 173 ascensori, 473 tapis roulant, una rete di trenini automatici velocizzano i trasferimenti da un’area all’altra, per chi voglia veramente abbandonarlo e partire alla volta dei cieli.

T3, il terzo terminale di Pechino come viene chiamato in gergo, è il più giovane campione in una nuova sfida planetaria: la proliferazione dei megascali, gli aeroporti-città. E’ la gara a chi costruisce il più grosso, il più attraente, il più redditizio. In questa sfida al gigantismo tra hub intercontinentali Pechino supera d’un sol colpo Francoforte, Parigi-Charles De Gaulle, Dallas, Los Angeles, Tokyo e Londra-Heathrow.
Non è solo una gara tra orgogli nazionali, per lo status di superpotenza del trasporto aereo. Dietro questa competizione c’è la solida spinta di un business in continua espansione. E’ bastato un anno, fra il 2006 e il 2007, e il turismo internazionale si è arricchito di cento milioni di viaggiatori passando da 800 a 900 milioni. La World Tourism Organization nel suo ultimo rapporto annuncia: “Tra 12 anni si arriverà a 1,6 miliardi di viaggiatori all’anno. Di questi, 378 milioni saranno viaggiatori long-haul, su distanze lunghe”. Cioè il pubblico predestinato a passare una parte della sua vita nei grandi scali per voli intercontinentali.

Gran parte del nuovo traffico nasce in Asia, il continente che ha dalla sua la duplice forza della demografia e della crescita economica. Dalla Cina la World Tourism Organization si aspetta che entro vent’anni partiranno almeno cento milioni di turisti ogni anno. Queste cifre non includono i viaggiatori d’affari, il turismo del business, anch’esso in aumento esponenziale soprattutto verso l’Asia e il Medio Oriente. E’ grazie a questi trend che Airbus ha potuto concepire e mettere sul mercato il suo “King Kong”, l’A380, il Super-Super-Jumbo a due piani e 555 posti. Non a caso la prima compagnia ad acquistarlo è stata la Singapore Airlines, basata in uno hub-crocevia di tutte le rotte fra la Cina, l’India, il sudest asiatico. La maggior parte degli altri A380 sono prenotati da compagnie che servono l’Asia-Pacifico e il Golfo Persico. Per accogliere questi vascelli che rovesceranno fiumane di passeggeri, per imbarcare le folle oceaniche in attesa di partire, il concetto di città-aeroporto è un’evoluzione naturale. I tempi di attesa per il check-in, l’imbarco dei bagagli, le formalità doganali, i controlli di sicurezza, sono allungati a dismisura.

Al fattore-terrorismo che ha complicato i controlli, si aggiunge l’effetto moltiplicatore delle nuove masse demografiche in spostamento. E’ un popolo cosmopolita che appartiene a fasce di ceti medioalti, coi portafogli ben forniti di valute e carte di credito, è costretto ad arrivare ore prima per non perdere l’aereo, o a fermarsi a lungo tra una coincidenza e l’altra. I più importanti scali internazionali hanno capito di avere in mano un mercato eccezionale: una fantastica concentrazione di masse di consumatori con tempo libero e potere d’acquisto a disposizione.
In questa concorrenza sfrenata sarà difficile tener testa alla Cina. Mentre l’ampliamento di Heathrow è stato una corsa a ostacoli contro le contestazioni degli ambientalisti, il governo di Pechino ha deportato nel silenzio generale diecimila abitanti del villaggio adiacente per costruire la terza pista d’atterraggio.

Nelle infrastrutture la Repubblica popolare ha investito in cinque anni più che nei 50 precedenti. Di aeroporti in costruzione ne ha altri 97. Vuole finirli entro dodici anni. A giudicare dai precedenti, potrebbero essere pronti in anticipo.

(Federico Rampini, repubblica.it)

Articolo scritto da mcgyver79 il 6 Ago 2008 alle 7:40 am.
Categorie: Aeroporti / Destinazioni, Opinioni - Tags:


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