L’equivoco dell’hub che in Italia non c’è

Dicono “hub” e pensano di aver detto tutto. E vai con Fiumicino contro Malpensa. Sud contro Nord. O viceversa. Tutti a dichiarare che il “mio hub è meglio del tuo”. Ma né l’aeroporto romano, né quello lombardo sono hub.
Quando si adoperano le parole, bisogna stare attenti al loro significato. Nel caso, la parola hub deriva dalla riduzione ad uno di due termini di una questione ben nota ai tecnici del trasporto aereo. La questione o, meglio, il concetto è quello di “hub & spoke”. Che, letteralmente, sta per “mozzo e raggi”. Come nella ruota di un carretto. Laddove hub è il mozzo centrale e spoke sono i raggi della ruota stessa.
Tradotto: una compagnia aerea decide di elevare a hub (mozzo) un (suo) aeroporto. Su questo centro fa convergere le tratte minori che esercisce sul suo territorio. In pratica, i voli locali, di breve raggio (da venti minuti ad un’ora di volo) detti anche di feederaggio, o apporto. Questi voli serviranno ai passeggeri di quella compagnia per convergere su quel centro dove troveranno le connessioni (coincidenze) per altre e lontane destinazioni. Un tipico esempio di questa tecnica è l’aeroporto statunitense di Chicago O’Hare che American Airlines ha eletto a proprio hub. Qui la mattina arrivano i passeggeri di una vasta aerea degli Stati Uniti che poi proseguono per altri lidi. Oppure qui atterrano, la sera e arrivando da lontano, gli stessi (o altri) passeggeri che vengono poi trasportati alla loro destinazione finale. Sempre nell’ordine dei 20-60 minuti di trasferimento terminale.
Questo, in soldoni, è un hub. Tecnica scelta dalle compagnie aeree nelle aree adatte alla sua utilizzazione. In pratica, si riempiono i grandi aerei che volano in mezzo mondo con i passeggeri portati sotto bordo da piccoli velivoli che arrivano dal distretto di competenza. Oltre che con i passeggeri originanti dalla città nella quale l’hub della compagnia si trova.
Per essere redditizio un hub deve essere al centro di un territorio abbastanza vasto ed abbastanza omogeneo. Per caratteristiche economiche e per flussi di traffico.
Corrispondono a queste caratteristiche i presunti hub di Fiumicino e Malpensa? Non sembra proprio. Non vi sono vaste e popolose praterie attorno a Fiumicino. Non vi sono omogenee praterie industriali attorno a Malpensa. I tessuti economici nei quali sono inseriti i due scali aerei sono, al loro interno, molto diversificati. Presentano domande di traffico differenziate, alle quali vanno date risposte tra loro differenti. Adeguate alle richieste. La logica dell’”hub & spoke” non regge più. Anche alla luce dell’avvento di nuovi e moderni velivoli capaci di trasportare a prezzi competitivi pochi (relativamente) passeggeri su lunghe tratte.
I dirigenti più avvertiti delle compagnie aeree del mondo occidentale se ne sono resi conto. Ed hanno cominciato ad applicare un’altra regola. Quella del “point to point”. Da punto a punto. Come dire, una rete di collegamenti diretti dal punto “A” (Venezia) al punto “B” (New York). O da Bologna a Mosca. O da Palermo a chissà dove. Insomma, il trasporto aereo, come la Susanna Tamaro, va dove lo “porta il (suo) cuore”, il business. Gli affari che, nel caso delle compagnie aeree si traducono in yield, la resa unitaria per ogni chilometro percorso da un singolo passeggero. Tariffe scontate o meno, alla fine è ciò che conta per i signori dei cieli. Che sono quelli che scelgono i loro hub, i loro centri di smistamento. Le loro, si diceva un a volta, basi d’armamento. O le loro reti da punto a punto.
I governi, locali o nazionali, non c’entrano. Possono mettere a disposizione delle aerolinee adeguate strutture aeroportuali come fanno le municipalità o i governatorati americani. Ma la scelta finale di fare o non un hub in un certo posto, la compiono le compagnie.
Sentire allora invocare ancora, negli ultimi disperati momenti di Alitalia, l’intervento del governo perché Fiumicino sia potenziato come “hub” è una sonora corbelleria. E lo stesso vale per Malpensa. I due aeroporti sono grandi scali intercontinentali. E basta. Definirli “mozzi” di ruote che non esistono, nel senso che non hanno (o non hanno abbastanza) raggi per girare, significa forzare una realtà che porterà solo altri pesanti fardelli sui conti pubblici. Che in fatti di trasporto aereo stanno già patendo per l’eterno deficit dell’Alitalia. La quale, non è stata capace, né forse le sarebbe stato possibile vista la “geografia” nazionale, di realizzare un suo hub. Rassegnamoci e dimentichiamo questa parola. Per un po’. In Italia di hub non ce ne sono.

 (di Oscar Da Riz - dedalonews.it)

Articolo scritto da N176CM il 11 Set 2008 alle 10:24 am.
Categorie: Aeronautica, Aeroporti / Destinazioni, Approfondimenti - Tags: , , ,


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