TRIP REPORT - HONG KONG E CHENGDU (CINA) CON CATHAY PACIFIC E CATHAY DRAGON - DAY 2

Il report del secondo giorno inizia mentre sono sulla via del ritorno - e precisamente alle h. 02:20 di Hong Kong (come dimostrato dalla foto) - e parte da dove eravamo rimasti: in volo. Non si sa ancora se arriverò al termine vivo o morto, se lo finirò qui a bordo oppure alla fine del letargo compensativo. Tanto voi lo starete leggendo quando sarò già sbarcato (e sbracato)

Come detto, per via del fuso orario il nuovo giorno era giunto più o meno a due terzi del viaggio, in un momento in cui tentavo di contare tutte le pecore che si potessero imbarcare in business class; le ho contate tutte, una trentina di volte, e ho avuto modo di programmare anche la loro prossima tosatura. Uno si chiederà: “Ma è così scomoda la business class sull’A350 di Cathay Pacific?”. La risposta può essere solo un “Tutt’altro, è come starsene nel proprio letto, e con qualche cura in più!”; purtroppo, o per fortuna, il sottoscritto fatica ad addormentarsi quando è a bordo dei gioiellini con le ali perché se li vuole godere fino in fondo.

Alla fine il tempo di riposo, ad occhi chiusi e parzialmente cosciente, si è ridotto a una mezz’oretta cui è seguita la conta di tutti gli altri animali dell’arca di Noé, insetti compresi. A ridestare l’attenzione un fantastico annuncio via interfono che annuncia una “health issue”; uh caspita, scongiuri che il pap non abbia nulla di male, ma già mi immagino un bel 7700 sul transponder e una diversion nell’alternato più vicino; quale sarà l’aeroporto più vicino? Taco l’IFE e sulla vista mappa appare una sparuta lista di aeroporti qua e là, in cinese. E che ci vuole? Aspetti due minuti e arrivano le parole comprensibili: a giudicare dalla mappa l’aeroporto più vicino è Kabul!!!!!!!!!!!! PS: Stavo già cercando la pagina del passaporto in cui far fare il timbro con una granata, ma il pericolo di scendere da quelle parti non si è presentato.

E così il sottoscritto, senza più alcun accenno di stanchezza, riprende in mano il ricco IFE (90% del tempo facendo il tracking del volo e simili, con musica di sottofondo) in attesa della colazione che arriva un centinaio di minuti prima dell’atterraggio. Assente il riso gallo, anche per lui era troppo presto per svegliarsi.

Colazione

Dopo aver fatto una cena a bordo e non aver percorso neppure mezzo passo lascio immaginare l’appetito epico che mi accompagna; ma si mangia tutto lo stesso, sperando di riuscire ad atterrare ad Hong Kong prima di dover lanciare un BUUURP gigante… cosa che forse da quelle parti non è neppure segno di maleducazione.
Tra un micro-burp e un nano-burp l’esperienza a bordo prosegue, sempre troppo smooth per i miei gusti (”e tira giù due belle clean air turbulences che voglio sentire le urla dei pax!” è la frase che rivolgo un’entità non ben precisata nella mia mente). Niente da fare, non c’è turbolenza e non si sente altro rumore che l’area sparata in cabina. Questa è #lifeFINTROPPOwelltravelled. :)

Arriva ora l’unica cattiva notizia del volo: nel flight deck si è ritenuto che il logbook potesse contenere troppi dati personali, per cui ciccia (torna la cartelletta trasparente vuota).

Quando si inizia a lasciare un po’ di quota è d’uopo una foto al virtual cockpit dell’A350, per sentirsi un po’ accanto al comandante mentre si è svaccati sulla proprio poltrona.

Virtual cockpit

Non è d’aiuto neppure una delle due camere live perché fuori è ancora buio pesto e non si vede una mazza, spero vivamente di avere un minimo di luminosità in atterraggio così da potermelo gustare; la sorte gioca a mio favore, in corto finale albeggia e si vede qualcosa anche al netto delle luci di atterraggio!! Per l’ultima volta in questo volo scomodo la fotocamera:

Landing

Arrivato all’APRON sbarco con calma, ho l’hotel accanto all’aeroporto e sono le 6 di mattina… o è una struttura che ha sempre qualcosa di libero E TANTA GENEROSITA’ oppure dovrò mettermi a ballare per mezza giornata, in attesa del check-in; scoprirò molto presto che in realtà quell’hotel è una città, con un andirivieni di persone che non avevo mai visto durante la mia esistenza. Sono costretto a lasciare parte del bagaglio al concierge (scoprirò in seguito che lo spazio di storage dei bagagli parcheggiati temporaneamente corrisponde all’incirca ad un corridoio di 20×3 metri!!) e a questo punto tanto vale andare in città: biglietto dell’airport express - neanche a farlo apposta l’andata e ritorno in giornata costa 100 HKD tondi - e via verso il centro. Non mi sono segnato molte cose da fare, mi sono appuntato però il The Peak Tram che, partendo da downtown conduce in cima alla collina da cui si può rimirare tutta la baia di Hong Kong. Dalla stazione del treno alla fermata a valle del tram c’è un quarto d’ora di camminata ubriacante, facendo dentro e fuori i piani rialzati di qualche grattacielo, percorrendo passerelle o scendendo a livello di strada per attraversare vie che è bene ricordare essere percorse con senso di marcia britannico (utile per evitare di guardare dal lato sbagliato ed essere investiti da quello giusto).

Quando arrivo in biglietteria ho ben due persone davanti - scoprirò al ritorno quanto sia stato fortunato a giungere in quel luogo la mattina sul presto - ed in due corse di tram (pendenza da paura, misurata con lo smartphone con picco di 27°, e che dà la sensazione di essere ancora maggiore) mi ritrovo alla base della Peak Tower, la cui estremità raggiungo con qualche rampa di scala percorsa a ritmo blando. Da lassù la visuale non è proprio brutta… ma la giornata non propriamente limpida:

HKG

Peak Tram

L’audioguida sulla Sky Terrace mi aiuta nella comprensione dell’area, e terminati quei pochi minuti di ascolto non mi resta altro da fare che sfoderare il mio click compulsivo sul pulsante di scatto della fotocamera; l’esperienza non dura più di una mezz’ora, anche sedendomi a cazzeggiare il tempo sembra essersi fermato.

So che dalla stazione a monte del Peak Tram si snodano 4 percorsi camminabili, di differenti lunghezze e altimetrie, per cui mi incammino verso l’Hong Kong Trail, un percorso panoramico di circa 3km che gira tutto attorno al Victoria Peak e che, in base al lato in cui ci si trova in un determinato momento, concede all’occhio diversi spunti dell’area circostante. Fortunatamente un’ora abbondante trascorre così, ma resta ancora del tempo al check-in in hotel e io, dopo non aver dormito quasi per nulla in volo, inizio a avere segni di cedimento. Decido di scendere in città quando è da poco passato mezzogiorno, e appena uscito dalla stazione sghignazzo tra me e me perché scopro che in quel momento in coda alla biglietteria ci saranno 400 persone (un bel “*AZZI VOSTRI!” mi viene spontaneo); mi addentro ancora nei percorsi labirintici tra un palazzo e l’altro fino a raggiungere, con moooolta calma, la stazione dell’airport express che mi riporterà all’Hong Kong International Airport. Arrivo allo scalo alle 13:20, mi concedo uno spuntino veloce e 5 minuti prima delle 14:00 mi reco al desk per il check-in: delirio di gente!!!! Il check-in è un mezzo parto plurigemellare, con anche un primo tentativo fallito di apertura della stanza (neppure il personale riesce con una qualunque delle 3 keycard); il ragazzo di origini francesi che si fa carico del problema e schizza tra i corridoi di quella città fatta di stanze ritorna dopo 10 minuti con una nuova assegnazione, upgrade compreso. Evviva, due upgrades in poche ore, si parte bene!! Poso tutto, butto l’occhio dalla finestra vista-terminal e mi spiaggio sul letto precipitando in uno stato simil-comatoso da cui mi riavrò poco prima di cena, anticipata da una doccia rinfrancante e rifrescante. Cena a buffet in uno dei ristoranti dell’hotel (tanta roba e buona!), poi un giro al terminal per smaltire l’abbuffata e cercare il punto di approdo dello shuttle di Cathay Pacific che il giorno successivo dovrò prendere per andare a CX City.
La notte che inizia si presenta biologicamente con fuso italico, complice anche il pisolo pomeridiano non ci sarà verso di chiudere occhio fino alle 6 del giorno seguente (ma questo è già un dettaglio per il report successivo).